Fuori dalla finestra, l’ora solare eseguiva ottusamente gli ordini, gettando un’ombra grigio-turchese sulle facciate delle palazzine già alle quattro del pomeriggio.
Ero assorto nella lettura del “pensiero del giardino”, i caratteri minuscoli disposti su due colonne, le pagine finissime e crepitanti di un’edizione integrale che aveva visto due esami, una tesi di laurea e qualche decilitro di pioggia filtrata da un buco nello zaino ai tempi dell’università. Sul tavolo alla mia sinistra, il computer portatile giaceva aperto con lo schermo nero, emettendo il delicato ronzio della modalità stand-by.
Arrivai alla fine del pensiero, cioè all'inizio della pagina 4177 dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, e come al solito quel giardino apparentemente felice ma dominato in realtà dalla violenza e dal male mi ricordò il quadro di Max Ernst, La ninfa Eco, con i suoi mostri, le sue piante velenose e quella luce malaticcia che riassumeva molto bene la tensione del primo Novecento. Nell'atto di stiracchiarmi, premetti con gomito uno dei tasti del PC, che si illuminò rivelando una pagina che avevo salvato sui Preferiti – salvavo praticamente qualsiasi cosa sui Preferiti; la mia lista dei Preferiti era più lunga di quella dei debiti di Paperino.
Si trattava di un articolo dal titolo: «Poesie scritte dai computer. Ora è possibile».
Ero stato indotto da Sabrina a cercarlo. Il venerdì della settimana precedente, alla fine dell’ultima ora di lezione, avevo palesato la minaccia: «La prossima volta iniziamo Leopardi». Il lamentoso mormorio che ne era seguito (complice anche la pessima acustica dell’aula) aveva permesso al recanatese di scalzare Petrarca al secondo posto della speciale classifica degli autori più osteggiati dai miei alunni (il primato lo deteneva saldamente Manzoni). Sabrina Fattorini, che quando scuoteva la testa confondeva i grandi occhi d’ambra con la sua frangetta e quei capelli lisci e ramati, forse ancora non sapeva di possedere lo stesso cognome di Teresa Fattorini, la Silvia dell’omonimo canto leopardiano. Rimettendo nella borsa il libro e l’astuccio dei trucchi, aveva esclamato: «Prof, ma ancora con Leopardi? Ormai le poesie le scrivono i computer!»
Non ero sicuro di aver colto il senso della battuta. Forse voleva fare un paragone tra la penna e la tastiera del PC? Appellarsi a una non meglio identificata “modernità” delle forme o, peggio ancora, dei contenuti? Per il momento ringraziavo il cielo che avesse detto «al computer» e non «al telefono». Poi mi era venuto il dubbio: esistono già computer in grado di scrivere poesie?