lunedì 15 maggio 2017

Il coraggio di Ridere

L'Amelio è lieto di annunciare l'evento di Letture ad alta voce organizzato dall'Umana Compagnia:

Leopardi ad alta voce
Il coraggio di ridere

Venerdì 19 Maggio, ore 13:30-15:00, aula ODEION
Vi aspettiamo numerosi.

sabato 6 maggio 2017

In occasione della settima edizione della manifestazione "La Forza della Poesia" attualmente in corso di svolgimento a Frascati,  la cui prima edizione fu dedicata a Giacomo Leopardi e all'allora nascente  progetto del Lessico Leopardiano, L'Amelio ha l'onore di segnalarvi il seguente articolo pubblicato sul giornale Velletri Life, opera di una delle nostre preziose collaboratrici, Valentina Leone




martedì 25 aprile 2017

RUBRICA: La Posta di Giacomo #4

A CARLO LEOPARDI - RECANATI
Roma 25 Novembre [1822]

Penry Williams-Vista in lontananza di San Pietro, Roma, 1840
Carlo mio. Se tu credi che quegli che ti scrive sia Giacomo tuo fratello, t'inganni assai, perchè questi è morto o tramortito, e in sua vece resta una persona che a stento si ricorda il suo nome. Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di me, non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il Demonio non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo, non provo il menomo piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e t'accerto che la moltitudine e la grandezza loro m'è venuta a noia dopo il primo giorno. E perciò s'io ti dico d'aver quasi perduto la conoscenza di me stesso, non pensare nè alla maraviglia, nè al piacere, nè alla speranza, nè a veruna cosa lieta. Sappi, Carlo mio, che durante il viaggio ho sofferto il soffribile, come accade a chi viaggia a spese d'altri, e di tale che cerca per ogni verso e vuole i suoi più squisiti comodi, sieno o non sieno compatibili cogli altrui. Ma ciò non ostante, per tutto il viaggio ho goduto, e goduto assai, non d'altro che dello stesso soffrire, e della noncuranza di me, e del prendere ogni momento novissime e disparatissime abitudini. E mi restava pure quel filo di speranza, del quale io sono capace, che senza infiammare nè anche dilettare, pur basta a sostenere in vita. Ma giunto ch'io sono, e veduto questo orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile, e le altre spaventevoli qualità che regnano in questa casa; e trovatomi intieramente solo e nudo in mezzo ai miei parenti (benchè nulla mi manchi), ti giuro, Carlo mio, che la pazienza e la fiducia in me stesso, le quali per lunghissima esperienza m'erano sembrate insuperabili e inesauribili, non solamente sono state vinte, ma distrutte. Come inespertissimo delle strade, io non posso uscir di casa, nè recarmi in alcun luogo, nè restarvi, senza la compagnia di qualcuno della famiglia; e conseguentemente, per quanta forza io voglia fare in contrario, sono affatto obbligato a far la vita di casa Antici; quella vita la quale noi due, ragionando insieme, non sapevamo qual fosse, nè in che consistesse, nè come potesse reggersi, nè se fosse vita in alcun modo.

venerdì 31 marzo 2017

Scrive Leopardi: IL PARINI OVVERO DELLA GLORIA


CAPITOLO PRIMO

Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi Italiani che all'eccellenza nelle lettere congiunsero la profondità dei pensieri, e molta notizia ed uso della filosofia presente: cose oramai sì necessarie alle lettere amene, che non si comprenderebbe come queste se ne potessero scompagnare, se di ciò non si vedessero in Italia infiniti esempi.

Il Parini, ovvero della gloria

Fu eziandio, come è noto, di singolare innocenza, pietà verso gl'infelici e verso la patria, fede verso gli amici, nobiltà d'animo, e costanza contro le avversità della natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita misera ed umile, finché la morte lo trasse dall'oscurità. Ebbe parecchi discepoli: ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli coll'eloquenza e colla poesia. Tra gli altri, a un giovane d'indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di espettazione maravigliosa, venuto non molto prima nella sua disciplina, prese un giorno a parlare in questa sentenza. 

mercoledì 22 marzo 2017

Impressioni di un itinerario letterario: Sant’Onofrio tra Tasso e Leopardi




Foto di Valentina Leone
 Prima di salutarci, perché non ci saremmo più viste per diversi mesi, decidemmo di sciogliere una di quelle promesse che avevamo stretto quando, per caso, ci eravamo trovate tutte a Roma. Era ormai quasi mezzogiorno e ci affrettavamo lungo la salita di Sant’Onofrio, rimasta la stessa percorsa da Giacomo Leopardi due secoli fa. La prospettiva confinava la chiesa nel fondo, stretta sui fianchi dai più recenti palazzi, mentre imprevisti alcuni scorci, ai lati della strada, lasciavano evadere lo sguardo oltre le poche foglie di edera resistite al gelo, verso le scale che precipitavano fino al fiume. Per un momento, avanzando, l’illusione ottica ci aveva fatto temere di scorgere ancora una volta il cancello chiuso, come se la mente tentasse di ingannarsi per prevenire una possibile delusione. Invece il cancello della chiesa di Sant’Onofrio era ancora timidamente dischiuso, forse per scoraggiare gli ultimi visitatori che come noi accorrevano poco prima dell’orario di chiusura. Fu bastante questo segno di malcelata accoglienza a scacciare lo spirito di invettiva, così insolito, che già prendeva piede nell’animo per denunciare le poche risorse destinate a un sito così importante, per di più un edificio ecclesiastico, aperto solo un paio di ore al giorno.

La potenza di un “fiore giallo”. L’eternità della Ginestra, il «frutto» di un poeta vitale e coraggioso: Giacomo Leopardi


«Perché la poesia non è il fiore sul vulcano», affermava convinto Giorgio Bassani. Ma il cratere vesuviano dei primi anni dell’Ottocento, quello che Leopardi scrutava dalla sua finestra, aveva intorno un deserto. Un fiore giallo sulle pendici di un vulcano, allora, poteva a pieno titolo diventare un insieme di versi devastante, può, adesso, scatenare poesia. Un’espressione del genere, con parole da scuola dell’infanzia come «fiore» e «giallo», se pronunciata in un contesto ufficiale, provocherebbe reazioni contrastanti. In realtà contiene tutte le contraddizioni che la poesia stessa porta inevitabilmente ed etimologicamente con sé. «Inventare», nella radice del termine poesia, spesso è cosa fattibile solo a seguito di un impulso. Ma il fiore giallo è un accostamento di due termini che anche un bambino può facilmente produrre. Dopo la divagazione alimentata dall’incipit provocatorio, è necessario squarciare il velo di Maya schopenhaueriano e svelare il segreto di Pulcinella (geograficamente si resta in zona) sulla denominazione scientifica del fiore di cui si dibatte. 

martedì 28 febbraio 2017

La posta di Giacomo #3 : 5 lettere sul Carnevale 1823

A CARLO LEOPARDI - RECANATI. Roma 10 Gennaio [1823].



Caro Carlo. Ho ricevuto la tua dei 6. Ma l'altra di cui mi parli, è perduta da vero. Io sono sempre colla mia piaga a un dito del piede, e sempre in casa, perchè non mi posso muovere. Ma quest'altra settimana, che probabilmente avrò sbrigato alcune cose che ho da fare in gran fretta, son risoluto di mettermi in letto a giornata, e così spero in quattro o cinque giorni di guarire. Ti saluta Donna Marianna che si fa sempre più schifosa. Ti scrissi già coll'ordinario passato, e ti parlai delle nostre Operà e d'altre bagattelle. Saluta tutti, e dì al Papà che gli scriverò quest'altro ordinario. Dalla sua vedo ch'è stata ritardata una mia che gli scrissi, e ch'egli ai 6 non aveva ancora ricevuta. Dì anche a Pietruccio che non mi scordo di lui, ma che in verità finora, non potendo uscire, non s'è potuto far niente. Mons. Mai mi ha mandato in dono una copia della Repubblica, cosa ch'è stata molto ammirata e invidiata, perchè Mons. non è solito a far questi regali, e parecchi, per averne, l'hanno tentato e lusingato inutilmente. Addio. Amami, e goditi cotesto nevoso Carnevale. Sappiamo già delle Mazzagalli al teatro ec. ec.

domenica 26 febbraio 2017

Il Filosofo degli uccelli: Amelio Lo Spensierato

MA PERCHÉ L’Amelio? Chi era costui?


Vieux Port, Marsiglia
La scelta di un nome implica sempre una responsabilità. A maggior ragione quando al nome si affida il compito di dar voce agli intenti inespressi di una collettività. E così, nei pomeriggi dedicati agli incontri del Laboratorio Leopardi, un momento privilegiato per tutti gli appassionati ammiratori del “gobbo di Recanati”, era emersa ancora timida e indefinita la volontà di creare un terreno su cui condividere il vivissimo affetto nutrito per Giacomo Leopardi e le sue opere, e al tempo stesso un luogo che offrisse l’opportunità di sperimentare e disseppellire tutto quel che anni di università avevano contribuito ad accumulare come le gioie di un tesoro da bucanieri e che, per un motivo o per l’altro, non aveva mai trovato la via per affiorare alla luce del sole. C’erano le buone intenzioni, l’interesse e anche sorprendenti capacità nascoste, ma il nome, il nome con cui identificarsi e che avrebbe dato l’impronta a tutto il lavoro futuro, continuava a sfuggire.

sabato 25 febbraio 2017

Scrive Leopardi: Elogio degli Uccelli

Amelio filosofo solitario, stando una mattina di primavera, co' suoi libri, seduto all'ombra di una sua casa in villa, e leggendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, a poco a poco datosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il leggere; all'ultimo pose mano alla penna, e in quel medesimo luogo scrisse le cose che seguono.

Amelio filosofo solitario


Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi, sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in sé, volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri e gravi; e molti di loro anche paiono malinconici: rade volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella più parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, né significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi, delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne sogliono dare indizio di fuori: eccetto che delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel chiaro, secondo che scrive Senofonte. Gli uccelli per lo più si dimostrano nei moti e nell'aspetto lietissimi; e non da altro procede quella virtù che hanno di rallegrarci colla vista, se non che le loro forme e i loro atti, universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilità e disposizione speciale a provare godimento e gioia: la quale apparenza non è da riputare vana e ingannevole. 

venerdì 24 febbraio 2017

L'arte di essere fragili: D'Avenia racconta Leopardi

Una recensione del Pastore errante

Praticamente in testa alle classifiche dall'uscita nelle librerie, poco più di tre mesi fa, per un totale, ad oggi, di quasi un milione e mezzo di copie vendute. E con un ideale epistolario rivolto proprio a Giacomo Leopardi. L'impresa è riuscita ad Alessandro D'Avenia, professore e scrittore, autore negli ultimi anni di vari best-seller, tra cui Ciò che inferno non è e, soprattutto, Bianca come il latte, rossa come il sangue (entrambi titoli di calviniana memoria); il libro in questione è L'arte di essere fragili. Sottotitolo: Come Leopardi può salvarti la vita.

giovedì 23 febbraio 2017

RUBRICA: La Posta di Giacomo #2

Trascorsi vari anni della giovinezza agognando insistentemente una visita a Roma, ottenendo infine il permesso, da parte di un Monaldo non proprio entusiasta, di soggiornarvi dal novembre 1822 all'aprile 1823, Leopardi non può di certo essere definito un devoto ammiratore della città eterna.
Veduta romana dal cortile di Sant'Onofrio.
Foto di Valentina Leone
Un'unica cosa, dichiara provocatoriamente più volte, gli piacque della futura capitale italiana: l'umilissimo sepolcro dell'amato Torquato Tasso. La sepoltura è situata nella piccola chiesa di Sant'Onofrio, abbarbicata in cima al Gianicolo. Pur di visitarla, il giovane ma già fisicamente provato Leopardi affrontò l'erta salita del colle a dispetto delle sue precarie condizioni di salute. L'esperienza, risalente al giorno 15 febbraio 1823, è raccontata al fratello Carlo in una lettera scritta appena cinque giorni dopo.

Riscopriamo dunque tutta l'intima dolcezza di quelle parole a 194 anni e qualche giorno di distanza. Eh sì, perché, per quanto il nostro Giacomo osservi saggiamente, in un pensiero dello Zibaldone (Zib. 60 per gli scrupolosi), che: «È pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente più che fare col passato che qualunque altro [...] ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre nè possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente [...]», puntualità e precisione non sono doti appartenenti a chi scrive.

Il Folletto


venerdì 6 gennaio 2017

RUBRICA: La Posta di Giacomo #1


Lettera della Befana alla Signora Marchesa Roberti, scritta a Recanati in occasione dell'Epifania del 1810 [?].

Carissima Signora.

Giacchè mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve mi ha rotto le tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro Portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocchè siano buoni ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest'altro Anno gli porterò un po' di Merda. Veramente io volevo destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l'anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri. Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l'anessa chiave aprite il Baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perchè sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del Corno che gli tocca faccia a baratto con li Corni delli Compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr'Anno poi si vedrà di far meglio. Voi poi Signora Carissima avvertite in tutto quest'Anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col Caffè chè già si intende, ma ancora con Pasticci, Crostate, Cialde, Cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perchè chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un Pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra Conversazione si chiamarà la Conversazione del Pasticcio. Fra tanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finchè non torno ghiotti, indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all'ultimo.

La Befana.

Lettera 2 dell'Epistolario, in G. L., Tutte le poesie, tutte le prose e lo Zibaldone, a cura di Emanuele Trevi e Lucio Felice, Roma, Newton & Compton, 2010.

Scrive Leopardi: DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Quale migliore inaugurazione del nuovo anno poteva trovare Amelio se non riportare alla mente dei suoi lettori il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere? Con tutta la beffarda ironia in esso contenuta, ovviamente.


DIALOGO di un  VENDITORE d’ALMANACCHI e di un PASSEGGERE

Dialogo di un Venditore d'almanacchi e di un Passeggere

Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? 
Passeggere: Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore: Si signore.
Passeggere: Credete che sarà felice quest'anno nuovo? 
Venditore: Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere: Come quest'anno passato?
Venditore: Più più assai.

IL TEMPO DEI RACCONTI: Un computer per Leopardi

Fuori dalla finestra, l’ora solare eseguiva ottusamente gli ordini, gettando un’ombra grigio-turchese sulle facciate delle palazzine già alle quattro del pomeriggio.
Ero assorto nella lettura del “pensiero del giardino”, i caratteri minuscoli disposti su due colonne, le pagine finissime e crepitanti di un’edizione integrale che aveva visto due esami, una tesi di laurea e qualche decilitro di pioggia filtrata da un buco nello zaino ai tempi dell’università. Sul tavolo alla mia sinistra, il computer portatile giaceva aperto con lo schermo nero, emettendo il delicato ronzio della modalità stand-by.
Arrivai alla fine del pensiero, cioè all'inizio della pagina 4177 dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, e come al solito quel giardino apparentemente felice ma dominato in realtà dalla violenza e dal male mi ricordò il quadro di Max Ernst, La ninfa Eco, con i suoi mostri, le sue piante velenose e quella luce malaticcia che riassumeva molto bene la tensione del primo Novecento. Nell'atto di stiracchiarmi, premetti con gomito uno dei tasti del PC, che si illuminò rivelando una pagina che avevo salvato sui Preferiti – salvavo praticamente qualsiasi cosa sui Preferiti; la mia lista dei Preferiti era più lunga di quella dei debiti di Paperino.
Si trattava di un articolo dal titolo: «Poesie scritte dai computer. Ora è possibile».
Ero stato indotto da Sabrina a cercarlo. Il venerdì della settimana precedente, alla fine dell’ultima ora di lezione, avevo palesato la minaccia: «La prossima volta iniziamo Leopardi». Il lamentoso mormorio che ne era seguito (complice anche la pessima acustica dell’aula) aveva permesso al recanatese di scalzare Petrarca al secondo posto della speciale classifica degli autori più osteggiati dai miei alunni (il primato lo deteneva saldamente Manzoni). Sabrina Fattorini, che quando scuoteva la testa confondeva i grandi occhi d’ambra con la sua frangetta e quei capelli lisci e ramati, forse ancora non sapeva di possedere lo stesso cognome di Teresa Fattorini, la Silvia dell’omonimo canto leopardiano. Rimettendo nella borsa il libro e l’astuccio dei trucchi, aveva esclamato: «Prof, ma ancora con Leopardi? Ormai le poesie le scrivono i computer!»
Non ero sicuro di aver colto il senso della battuta. Forse voleva fare un paragone tra la penna e la tastiera del PC? Appellarsi a una non meglio identificata “modernità” delle forme o, peggio ancora, dei contenuti? Per il momento ringraziavo il cielo che avesse detto «al computer» e non «al telefono». Poi mi era venuto il dubbio: esistono già computer in grado di scrivere poesie?

IL LABORATORIO LEOPARDI

Se vagolando sfranti e meditabondi al termine di una lunga giornata universitaria, smarrendovi nei labirintici meandri della facoltà di Lettere e Filosofia de La Sapienza, vi imbattete, al terzo piano nel dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, in un vociare fitto fitto e animato proveniente da una porticina troppo spesso ignorata dalla nostra facoltà, la saletta di Informatica (ebbene sì, esiste una saletta di Informatica nella facoltà di Lettere), non allarmatevi, non fuggite spaventati, non state testimoniando a una cospirazione rivoluzionaria che farebbe invidia alla riunione del Terzo Stato nella sala della Pallacorda, no. Avete semplicemente trovato il Laboratorio Leopardi.
Gli ingredienti che rendono possibile la congregazione di questa curiosa e devota combriccola di “birbanti”, per familiarizzare da subito con il lessico leopardiano, consistono principalmente in un professor D'Intino, una professoressa Bellucci, un Valerio Camarotto, tanti eterogenei e volenterosi collaboratori sparsi qua e là per il globo terrestre, tra cui solo per menzionarne alcuni ricordiamo Stefano Gensini, Camilla Miglio, Roberto Nicolai, Stefano Velotti, Gianluca Cinelli e Martina Piperno, e un fiorente manipolo di giovani leopardisti di bella speranza e di aspettativa meravigliosa, di nuovo parole del nostro Giacomo, alla ricerca della propria via con un bel mammut di Leopardi sottobraccio.

domenica 13 novembre 2016

Manifesto del giornalino

Il giornalino L'Amelio, dedicato alle «cognizioni inutili» e «alle cose che non si sanno», nasce nell'autunno 2016 su iniziativa spontanea del Laboratorio Leopardi dell'università di Roma La Sapienza. 
Suoi obiettivi primari sono la valorizzazione della solida e prestigiosa tradizione di studi leopardiani all'interno della prima università di Roma e la divulgazione delle attività e degli eventi svolti e proposti dal Laboratorio Leopardi. 
Il fine che ci si ripromette di perseguire è il coinvolgimento, quanto più vitale e partecipe, di docenti, studenti e collaboratori, interni ed esterni, senza limiti di alcuna sorta, ragion per cui il giornalino ha deciso di adottare la moderna e accessibile veste di blog.
Anima e volontà del giornalino risiedono nell'intento di diffondere estendere e far rivivere sotto le molteplici libere varie forme che una sentita ispirazione può suggerire, il pensiero dell'uomo e del poeta capace a un tempo di guardare il mondo con l'occhio del filosofo e del fanciullo. 
Il tutto rigorosamente a “tempo perso”, che, come si sa, è il tempo preferito da ogni letterato che si rispetti.